Ancora piove. Sono già due giorni.
Due giorni che il cielo piange.
Due giorni che vado a letto tardi; molto. E mi sveglio presto; molto.
Continuo ad uscire di casa dimenticandomi l’ombrello.
Tutte le mattine faccio lo stesso percorso. Stessa strada. Stesso passaggio pedonale. Stesso lato della strada. Sono abitudinario. Forse perché la consapevolezza del’ignoto un po’ smarrisce. Al contrario, la vecchia strada, monotona e conosciuta, un po’ rassicura.
E camminando riconosco dettagli. Privi di significato alcuno, per molti. Ma immancabili riferimenti cittadini, per il sottoscritto.
Percorro tutto cullato da quel cuscino ovattato che crea la musica che sto ascoltando con le cuffiette, e mi accorgo che in realtà non sto camminando. Semplicemente mi sto lasciando trasportare. Ne più ne meno mi trovo sul nastro trasportatore che mi porterà a destinazione. Quasi fossi all’aeroporto.
E mi guardo intorno. Da spettatore non curante.
Ancora piove. Sono già due giorni.
Ma oggi mi sono ricordato l’ombrello.












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